| Caro piccolo insetto che chiamavano mosca non so perché, stasera quasi al buio mentre leggevo il Deuteroisaia sei ricomparsa accanto a me, ma non avevi occhiali, non potevi vedermi né potevo io senza quel luccichìo riconoscere te nella foschia. Eugenio Montale |
| Senza occhiali né antenne, povero insetto che ali avevi solo nella fantasia una bibbia sfasciata e anche poco attendibile, il nero della notte, un lampo, un tuono e poi neppure la tempesta. Forse che te n'eri andata così presto senza parlare? Ma è ridicolo pensare che tu avessi ancora labbra. Eugenio Montale |
| Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un
milione di scale e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino. Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio. Il mio dura tuttora, né più mi occorrono le coincidenze, le prenotazioni, le trappole, gli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede. Ho sceso
milioni di scale dandoti il braccio Eugenio Montale |
| Ascoltare era il solo tuo modo di vedere. Il conto del telefono si è ridotto a ben poco. Eugenio Montale |
| Non ho mai capito se io fossi il tuo cane fedele e incimurrito o tu lo fossi per me. Per gli altri no, eri un insetto miope smarrito nel blabla dell'alta società. Erano ingenui quei furbi e non sapevano di essere loro il tuo zimbello: di esser visti anche al buio e smascherati da un tuo senso infallibile, dal tuo radar di pipistrello. Eugenio Montale |