
Sono passati 100 anni (più o meno, perché il mese non se lo ricorda più nessuno) da quando Pietro Aspesi aprì una piccola bottega di occhiali nella allora via Ospedale, oggi via Festa del Perdono. Si chiamava via Ospedale perché allora c'era il grandioso "Spedale di Poveri" (o "Spedal Grande de la Nunciata" ) voluto da Francesco Sforza che al tempo in cui fu immaginato (dal Filarete) e costruito (a partire dal 1456) era - dicono - la maggior istituzione sanitaria esistente sulla Terra. I dotti la chiamavano "Magna domus hospitalis mediolanensis" e gli altri, la maggior parte, "la Ca' Granda".
Nel 1910, di là del Naviglio, che costeggiava a oriente il grande ospedale, era cresciuto da pochi anni quello che c'è anche adesso: il Policlinico, l'estensione in molti edifici, del grande Ospedale Maggiore diventato ormai troppo malandato (dal 1939 la Ca' Granda diventa il nuovo ospedale di Niguarda alla periferia settentrionale di Milano). Proprio nel 1910 - centenario ben più notevole -, di fianco al Pronto Soccorso di via Francesco Sforza, nasceva, su tre piani in uno stile quasi-liberty, la prima struttura ospedaliera mondiale tutta dedicata alle malattie professionali, la Clinica del lavoro Luigi Devoto.
Nel 1915 Pietro Aspesi, all' età di 37 anni, parte per il fronte della Grande guerra sulle montagne del Veneto. In bottega resta la moglie con due bambine. I pochi clienti dell'Ottica Aspesi di allora erano per lo più benestanti e iperalfabetizzati sulla media (avvocati, notai, medici, farmacisti, preti del vicino arcivescovado e del Duomo, ecc.), oppure con la vista gravemente compromessa da forti miopie o ipermetropie (e tra queste quella provocata dall'estrazione della cataratta che allora avveniva più o meno come l'estrazione di un dente) e che richiedevano spesse e pesanti lenti di vetro. Questi ultimi "malati" provenivano proprio dal reparto di oculistica dell'ospedale lì di fronte. In laboratorio, nel retrobottega, lavoravano alle mole a pedale e acqua corrente (del tutto simili a quelle degli arrotini) operai specializzati nello sgrezzare, molare e rifinire le lenti. Le montature erano in celluloide (come i pettini e i bottoni) o in metallo (oro, argento, leghe) o in tartaruga marina più o meno "tartarugata", oggi praticamente introvabile sia perché da decenni ne è vietata la cattura sia perché si è persa la manualità del difficile montaggio. Gli astucci qualche volta erano più preziosi degli occhiali. Coccodrillo, serpente, nappa di vitello, galuchat (pelle di pescecane) e altro. Per la pulizia, almeno fino a metà degli anni '80, si adoperavano esclusivamente pezzuole gialle di pelle di daino (almeno così si diceva) dal forte odore. Negli anni '50 - l'Italia era stata fino a dieci anni prima alleata della Germania - quello che aveva un pregio nel settore ottico e "di precisione" era tutto e quasi solo firmato tedesco: soprattutto Zeiss (lenti, binocoli, strumenti). La via Ospedale era invasa dalle macerie della guerra.
Nel 1958, dopo la magistrale opera di restauro e ricostruzione post bellica dell'architetto Liliana Grassi e gli interventi di Piero Portaluppi, nel grande palazzo della Ca'Granda viene ufficialmente ad abitare la giovane Università Statale (era nata solo nel 1924).
Intanto, ma solo nel comparto non "medicale" degli occhiali da sole, sbarcano con gli americani, il chewingum, la coca-cola, e le sigarette, anche Ray-Ban e Polaroid. Da Parigi arrivano nei primi anni '60 le prime lenti in plastica, leggere e "infrangibili". Nel consigliare queste nuove lenti graduate, che oggi sono la stragrande maggioranza, si diceva con una certa enfasi: "nuove lenti in materiale organico" (guai a dire la parola "plastica") "della Zeiss francese" che era come dire "la Tour Eiffel di Berlino".
Nel 1967 la bottega si sposta di un centinaio di metri sempre nella stessa via (lo stesso fa la libreria Cortina) davanti al portale barocco come di una chiesa (ma senza la chiesa) e si trasforma, da luogo autenticamente vecchio (con la stufa a carbone) in un negozio "in stile" con l'aria condizionata che più invecchia e più pare autentico nonostante l'evidente falsità, come per molti restauri dell'ospedale. C'è un boom di pubblico e di clientela anche molto in vista. Ma ci sono anche i buuumm della contestazione che dalla fine degli anni '60 caratterizzerà tutto il decennio successivo e quella strada in particolare. Ma con poche ripercussioni commerciali.
Ci sono le prime "firme" dell'occhialeria: Pierre Cardin, Emanuel Kahn, Christian Dior. E poi sulla fine degli '80 l'esplosione di Armani e via via tutti gli innumerevoli altri. Non c'è stilista di qualche notorietà e marchi di altri settori che non abbia provato ad appiccicare il suo logo a una linea di occhiali, e non sempre con successo. Nell'estate del 1992 apriamo una piccola bottega di pochi metri all'aeroporto di Linate e poi all'interno del mitico negozio di Fiorucci in San Babila e negli anni successivi molti altri punti vendita in molti altri "non luoghi".
Piano piano tutto cambia con noi, e anche la bella, ormai vecchia e troppo costosa abitudine del calendario inviato "a pioggia" a un indirizzario di circa 15mila clienti (e "clienti") non ha più molto senso. Così abbiamo trovato nel centenario un pretesto per dire stop. (Intanto - è pur sempre una soddisfazione anche se immeritata - in occasione del nostro centenario stanno restaurando la facciata del vecchio Ospedale.)
a.s.
p.s. Il calendarietto da tavolo, pubblicato per la prima volta una ventina di anni fa, è nato dalla grande bravura, non solo formale, di Fritz Tschirren e dai suggerimenti di molti amici, anno per anno, fino agli ultimi fatti per noi da Oliviero Toscani.